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Il judge delle piccole cose
Articolo del 23-5-2019 a cura di Quintavalle Irene
Quintavalle Irene

Qualche settimana fa sono andata a giocare a KeyForge in un negozio nuovo.
Okay, e a noi che ce ne frega?
Poco, o forse tanto, dipende se avete voglia di leggere un po’ per tirare voi stessi le conclusioni alla fine.

Sono andata con una mia amica che non ha mai giocato a un gioco di carte. Conosceva Magic e gli altri cloni, ha amici che giocano o giocavano, è sempre stata curiosa ma non si è mai avvicinata, non ha mai imparato. Nessuno le ha mai insegnato.

Le ho insegnato io in un mezzo pomeriggio a casa sua, ha imparato in fretta, si è appassionata, mi ha chiesto informazioni sulle bustine protettive, sui tappetini, sui nuovi mazzi.
Allora le ho proposto: «Vuoi andare a giocare in negozio la prossima volta?»

E così è stato. Il negozio più vicino a noi, aperto da relativamente poco, è un ambiente dove alcuni giocatori di vecchia data mi conoscono, quelli nuovi non hanno la benché minima idea di chi io sia.

Immaginate. Un tavolo dove due ragazze sconosciute giocano a un gioco che non è Magic in un negozio che fa quasi esclusivamente Magic.
L’ho preso come esperimento sociale. Ho chiesto costantemente alla mia amica cosa stesse pensando, come si sentisse. Mi ha risposto che non si immaginava nemmeno che esistessero posti così, dove puoi andare e giocare, che era una bella cosa; mi ha chiesto se ci fosse il bagno e in che condizioni fosse. Era molto felice di sapere che c’era ed era pulito. Era contenta che ci fossero in vendita acqua, bibite e snack. Oltre al piacere di mangiare e giocare a volte capita di dover prendere un analgesico e sapere che lo puoi fare senza stare a stomaco vuoto è una cosa utile.
Dopo un po’ che giocavamo, passata la curiosità iniziale, ha iniziato a notare che alcune persone la fissavano con insistenza. Questa circostanza la stava mettendo a disagio. Non disagio da “ommiiddiohoppaura” ma disagio da “devo mica alzarmi e andare a chiedere che cosa hanno da guardare?!” Ma le ho detto che probabilmente erano straniti: due ragazze che vanno per conto proprio a giocare sono abbastanza rare, quindi probabilmente era il fenomeno che attirava l’attenzione, senza nulla togliere alla sua graziosa presenza (anche se devo ammettere che è una ragazza carina, quindi magari attirava l’attenzione anche per quello).

A un certo punto, due tavoli dopo il nostro, dei giocatori hanno un dubbio di regole coi loro mazzi legacy. Chiedono in sala, ma nessuno sa risolvere, poi dicono “ci vorrebbe un judge” e le mie antenne allenate da anni di riflessi pavloviani mi fanno scattare in piedi. “Posso aiutarvi? Che è successo?”
Mi guardano confusi. Perché la ragazza che gioca a KeyForge all’improvviso viene a chiederci se può aiutare con Magic?
Realizzo i loro pensieri e continuo:
“Lo so che non sembra, ma gioco a Magic, sono un judge, posso aiutarvi?”
C’è un momento di silenzio, i due si guardano.
Nel frattempo è arrivato anche al tavolo un “espertone” locale.
Ignora la mia presenza e va avanti a dare la sua spiegazione. Lo interrompo, sta sbagliando, lo correggo. Quello che dico convince i giocatori che ribattono “non importa quello che sembra, importa che sai le regole! Se ci puoi aiutare…”. Mi avvicino ai giocatori e alle carte e ricostruiamo la sequenza di eventi: non è un torneo, sono amici che giocano tra loro, vogliono imparare. Spiego ogni passaggio, ogni opzione. Alla fine mi ringraziano, sono contenti. L’espertone no, ha cercato di intromettersi in ogni parte della conversazione. Ci sono questi personaggi che vogliono parlare anche quando non hanno palesemente idea di cosa stiano dicendo, credo di averne visto almeno uno in ogni comunità di gioco in cui mi sono imbattuta.

Torno al mio tavolo, mi scuso per l’interruzione con la mia amica. Riprendiamo a giocare. Tornando a casa, mi dice che è stata benissimo, che non vede l’ora di tornare.
Sono contenta.

Passano un paio di settimane, per giri del destino finisco ad arbitrare un torneo in quel negozio. Una trentina di persone, REL Regular ma con lo scopo di prepararli ai futuri torni a REL Competitive. Quindi ogni volta che succede qualcosa si applicano le regole del Regular, ma si dice anche cosa sarebbe successo a Competitive.
Il torneo fila liscio. Non ci sono problemi, alcuni giocatori mi riconoscono, altri mi hanno chiesto qualcosa prima di iniziare, altri ancora chiedono spiegazioni sulle differenze tra Regular e Competitive. Sono tranquilli, è un bell’ambiente, è un bel torneo.
In pausa pranzo ho la possibilità di farmi dare il cambio da un L2 mentre mangio e quando va a prendere la chiamata il giocatore al tavolo mi cerca con lo sguardo nella sala e quando mi trova mi guarda come a chiedere “e questo chi è?! Mi posso fidare?” Io gli faccio il segno dell’okay da dove stavo mangiando e il giocatore allora sorride e fa la sua domanda.

La settimana dopo torno a giocare con la mia amica.
Entriamo e ci salutano i negozianti e alcuni dei ragazzi seduti a giocare. Sorridono. È una bella accoglienza. Ci mettiamo a giocare, e a un certo punto sento un mormorio “non lo so come si chiama… ma secondo me se chiami judge si gira…” e infatti mi giro, e loro ridono. Ed è una cosa tanto stupida quanto divertente e lo sapete anche voi, perché è successa a tutti, ed è piaciuta a tutti.

Mi fanno una domanda, rispondo, già che sono lì mi chiedono un’altra cosa. Sono incerta, controllo sulle regole. Ci vuole un po’ di tempo, loro si scusano perché mi stanno tenendo impegnata per una curiosità, io ribatto che non è un problema, anzi, che è bene che ripassi quello che non ricordo. Trovo la risposta, torno al mio tavolo. Prima di andare via la mia amica vuole prendere un nuovo mazzo di KeyForge e io vengo chiamata per una domanda sul mana weave. E mi sento di spiegare bene tutta la procedura relativa alla randomizzazione e presentazione del mazzo, e l’esigenza di mescolare anche quello dell’avversario.
Di nuovo l’espertone prova a dare la sua versione e tutto un coro intorno a lui lo zittisce. E io sono soddisfatta. Non perché hanno dato ragione a me invece che a lui, ma perché sono stati capaci di distinguere la competenza e l’hanno riconosciuta.

Mi sono chiesta quand’è che sono diventata così tranquilla a parlare di regole con perfetti sconosciuti. Mi ricordo i miei primi tornei, l’ansia che avevo di sbagliare, di fare un torto a qualcuno con un mio errore. Poi è subentrata la necessità continua di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Non era più paura di sbagliare per il rischio di arrecare danno al giocatore, era paura di sbagliare per arrecare danno alla mia figura di judge. L’obiettivo di fare 100 su 100 ai test, sapere sempre l’ultimo aggiornamento dell’interazione più oscura delle regole. Paura di dire la mia perché poteva essere inesatta e intaccare l’ideale di infallibilità che tanto ritenevi importante.

Un giorno, non so nemmeno io quando, ho realizzato che era mio diritto sbagliare — nei limiti ragionevoli del cercare sempre e comunque di non farlo, s’intende — ed era mio diritto non conoscere a memoria tutte le regole e le interazioni più assurde. Una volta realizzato quello, è stato naturale riconoscere che stavo sbagliando. Sbagliavo nel mio approccio all’arbitraggio, sbagliavo a cercare di apparire infallibile o in costante competizione con gli altri, a fare a gara a chi è più perfetto e impeccabile. Come in quei manifesti motivational mi sono trovata a pensare di essere piena di difetti e mi sono vista meravigliosamente imperfetta.
Da quel momento arbitrare è diventato un piacere. Arbitro perché mi piace questo gioco. Arbitro perché voglio che i giocatori possano divertirsi anche quando combinano qualche casino. Io sono lì per aiutarli. Io sono lì perché mi diverto.

La mia amica stava parlando col negoziante del suo nuovo mazzo. Le ha detto che stanno pensando di organizzare dei tornei se raggiungiamo un numero sufficiente e stabile di giocatori. Lei non vede l’ora di partecipare al suo primo torneo. E io non posso non pensare ai passi da gigante che abbiamo, tutti, fatto.

A questo punto sta a voi tirare le somme su questo articolo. Se è stata una perdita di tempo me ne dispiaccio, ma personalmente ho trovato utile scrivere queste cose. Perché forse da qualche parte c’è qualcuno che ama il gioco, la comunità, il divertimento e si rivede in quello che ho scritto e ora sa che non è solo e tutto quello che ha fatto e sta facendo non è invano. Servisse anche solo a portare un’amica a giocare in un negozio nuovo, a far crescere in tutti i sensi una comunità di giocatori. Vorrei dirgli anche che non serve il riconoscimento tangibile del suo lavoro.
È frustrante, lo so. Quando non arrivano recognition nonostante tu ti sia impegnato, quando non vieni preso ad arbitrare all’ennesimo torneo a cui hai applicato. Continua ad arbitrare per te, per le soddisfazioni che il fatto stesso di arbitrare ti da. Recentemente ho letto un articolo che iniziava con le seguenti parole, io ho deciso di concluderci questo articolo, nella speranza possano essere d’aiuto: “ordinary people focus on the outcome. Extraordinary people focus on the process.”
Non serve altro.
Sii straordinario.