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L’importanza di un ambiente inclusivo oltre le differenze
Articolo del 14-3-2018 a cura di Quintavalle Irene
Quintavalle Irene

Spesso i termini “diversity” e “inclusion” vanno a braccetto, ed è importante che sia così.
 
Per prima cosa, cerchiamo di dare una semplice definizione a questi due termini: con “diversity” si intende racchiudere tutte le peculiarità che ci rendono diversi, cose con cui siamo nati o che abbiamo sviluppato e che non possiamo cambiare. Alcune di queste caratteristiche sono esposte in bella mostra — si pensi ad esempio ad una disabilità fisica — altre sono silenziose e possono essere nascoste, ma non per questo devono essere prese più alla leggera. 
 
Col termine “inclusion” si esprime il concetto di portare insieme e integrare tutte le caratteristiche che rientrano nella “diversity” in un modo che sia benefico per l’intero ecosistema, sia esso la scuola, il posto di lavoro ma anche le occasioni sociali di svago come possono essere i tornei di Magic o i pomeriggi di gioco in negozio.
Lo scopo dell’inclusività è quello di insegnare il rispetto e esaltare l’empatia tra i singoli individui che formano la comunità.
 
Detta così può sembrare semplice, invece si tratta di una sfida continua, una rincorsa al miglioramento personale e un protendersi verso gli altri, che ha come primo presupposto quello di riuscire a capire le difficoltà altrui.
 
Può capitare di sentire dire “Cosa devono fare le persone diverse per integrarsi meglio?” Oppure “Perché non ci sono regole per far sì che chi è diverso si uniformi agli altri?”
Queste domande nascono da un desiderio sincero di vedere integrate tutte le persone in un ambiente, ma sono assolutamente sbagliate. Nascono da una visione solo parziale del problema, dalla difficoltà di comprendere i disagi che gli altri possono dover affrontare e dalla ricerca di una soluzione fuori da sé, che ci sollevi da ogni responsabilità.
 
Una persona che appartiene a una minoranza in un gruppo scarsamente eterogeneo deve già affrontare una serie di ostacoli solo per arrivare dove si trova. Chiedere di caricare ulteriormente le sue spalle con un univoco dovere all’integrazione potrebbe aggiungere un peso gravoso per quella persona.
 
Facciamo un esempio semplice, prendiamo la situazione in cui a un evento ci troviamo un giocatore in sedia a rotelle. Magari è così dalla nascita, magari si è rotto una gamba impennando in bicicletta di notte contromano con la pioggia: i motivi per cui si trova in quella condizione non ci riguardano. Questa persona deve fronteggiare problemi già prima di arrivare all’evento, e su quelli abbiamo poco controllo. Ma nel momento in cui varca la soglia del negozio è giusto che l’intera comunità sia disposta ad aiutarlo. Lascereste una persona così fuori dal negozio perché non riesce ad entrare per colpa di un gradino? Non sareste mossi ad aiutarlo, senza nemmeno pensarci, a superare questo ostacolo che è piccolo per voi, ma invalicabile per lui?
Sarebbe ignobile e meschino dirgli “Se sai che c’è lo scalino, perché non ti porti una pedana?” Peggio ancora “Se sai che c’è lo scalino, perché non resti a casa? In fondo, per noi lo scalino non è un problema.”
 
E qui viene la parte difficile. Perché nonostante ci stiamo abituando ad avere a che fare con disabilità fisiche, ancora non siamo in grado di riconoscere altre situazioni che rientrano nel campo della diversity. Ci troviamo nella difficile situazione di cercare di aiutare qualcuno a superare un ostacolo che non vediamo e che quindi non sappiamo come affrontare. Cosa possiamo fare, quindi, per riconoscere il gradino invisibile?
 
Per prima cosa ascoltiamo gli altri, quelli per cui l’ostacolo è ben visibile. Teniamo la mente aperta e non giudichiamo troppo in fretta quando qualcuno porta alla nostra attenzione un possibile disagio che non avevamo mai considerato.
Non etichettiamo come sciocchezza o capriccio le richieste che possono venire fatte, solo perché per noi non costituiscono un problema.
 
Faccio un altro esempio banale, basato sulla mia esperienza personale. Partecipare ad un torneo di Magic, sia esso un GP, un PPTQ o un semplice FNM richiede la presenza per molte ore continuative in negozio o alla venue dell’evento. Se questo posto non ha dei servizi igienici adeguati per una ragazza può essere un problema. Un bagno sporco, buio, con la porta che non si chiude, senza carta igienica, senza acqua o sapone per le mani, senza un cestino dove gettare assorbenti è un problema. Non fraintendetemi, non dico che i ragazzi siano felici di entrare in certi posti, tutt’altro, ma colti da necessità possono risolvere molto più facilmente e interagendo molto meno con il servizio igienico. Per una ragazza non è altrettanto semplice. Ci adattiamo, certo. Vado in giro con ogni sorta di salvietta igienizzante che esiste in commercio, ho un vero e proprio kit da torneo. Ma è giusto tutto questo? Se un giorno uscissi di casa senza la mia attrezzatura, sarei condannata a trattenermi con tutti i disagi annessi e connessi.
Per la nuova arrivata che prova l’ebrezza del proprio primo torneo e che non è preparata ad ogni evenienza: è giusto dirle di organizzarsi per la prossima volta e di adattarsi perché per la maggior parte delle persone quello dei bagni non è un grosso problema?
 
Nessuno pretende la luna. Nessuno chiede che la comunità si mobiliti per andare a ispezionare tutti i bagni di tutti i negozi che organizzano un FNM. Ma il problema esiste e pretendiamo che venga riconosciuto come tale. Lo scopo finale dell’inclusion è quello di fare proprie le battaglie degli altri, anche se coinvolgono problemi che non ci riguardano.
 
La china è inoltre pericolosa, perché l’eccesso di zelo e l’estrema voglia di aiutare possono diventare a loro volta una lama a doppio taglio, quando cercando di aiutare si diventa troppo invadenti.
Ricordate poco sopra l’esempio della persona in sedia a rotelle? Non ci riguarda il motivo per cui quella persona si trova in quella condizione. Se vorrà ce lo dirà. Non dobbiamo essere giudici morali e comportarci in maniera diversa a seconda di come quel problema è nato, non ci compete se “se l’è andata a cercare” o meno. Non ci sono manuali che coprono tutte le casistiche possibili e che ci dicono cosa fare o cosa possiamo dire in ogni circostanza. Stiamo tutti costantemente imparando, e per imparare dobbiamo prima di tutto riuscire a capire gli altri e le necessità di chi ha esigenze diverse da noi, anteponendo sempre la voglia di creare una comunità aperta a tutti e dove tutti si sentano a proprio agio.
 
Lo scopo di questo articolo è quello di far capire che i disagi degli altri non possono essere valutati solo sulle proprie esperienze personali: quando ci troviamo ad affrontare una tematica che è causa di problemi per qualcuno ascoltiamo le sue ragioni con mente aperta e senza essere troppo invadenti — già dover parlare di certi argomenti può essere di per sé una fonte di disagio  — cerchiamo di non esacerbare la situazione.
Non è una cosa semplice e la soluzione non è sempre a portata di mano, ma empatia e collaborazione sono la chiave del successo.